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Antisemitismo in Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale

Prima del 1939 in Polonia viveva la maggioranza degli ebrei europei, più di tre milioni di persone, una comunità che rappresentava oltre il 10% della popolazione nazionale complessiva. Più della metà di tutte le vittime dell’Olocausto perse la vita in territorio polacco, la metà di tutte le vittime dell’Olocausto era costituita da ebrei polacchi. È altresì importante ricordare che molti ebrei perirono nei piccoli e grandi ghetti presenti in Polonia o furono brutalmente uccisi durante veri e propri pogrom, cui molti loro concittadini presero parte attiva.

L’antisemitismo presente nella società polacca sopravvisse alla fine della seconda guerra mondiale, provocando violenze e veri e propri pogrom, come quelli di Cracovia e Kielce.

Nell’immediato dopoguerra, il tradizionale antisemitismo polacco aumentò ulteriormente, trovando nuove fonti di odio antiebraico. Molti polacchi osteggiavano apertamente il ritorno degli ebrei dalla Russia, non avendo nessuna intenzione di permettere che i sopravvissuti si riappropriassero del lavoro e delle proprietà possedute prima della guerra. Inoltre, era molto diffuso fra la popolazione il pensiero che gli ebrei fossero la colonna portante del nuovo regime comunista, occupando posizioni elevate sia nel Partito sia nel Governo. Questa idea, che gli ebrei fossero agli ordini della Russia comunista e governassero la Polonia sotto le direttive sovietiche, era molto diffusa fra il clero, fra i membri dei partiti di destra e fra i veterani politici del periodo fra le due guerre.

La violenta campagna contro gli ebrei fu condotta da movimenti clandestini polacchi appartenenti all’estrema destra nazionalista e fascista, già esistenti in Polonia prima della guerra, che consideravano la Russia sovietica un nemico peggiore della Germania nazista. Tali movimenti, ritenendo imminente una guerra contro l’Unione Sovietica, pensavano che la violenza avrebbe accorciato i tempi, portando così al rovesciamento del regime comunista. È interessante notare che gli obiettivi governativi di tali azioni terroristiche erano rigorosamente selezionati, al contrario gli ebrei furono indiscriminatamente uccisi. Gli storici non sono concordi sul numero complessivo di ebrei assassinati, da 1000 a 1500 vittime dal novembre del 1944 alla fine del 1947, in ogni modo, è evidente che i caduti superarono le centinaia di unità.

Tale violenza fu un leitmotiv delle discussioni all’interno della sopravvissuta comunità ebraica, sia in Polonia sia all’estero. Agli inizi di settembre del 1944, Szlomo Herszenhorn, a capo del nuovo Ufficio per l’aiuto alla popolazione ebraica della Polonia del Comitato Nazionale di liberazione nei territori già liberati ad oriente del fiume Vistola, faceva presente la difficile e disperata situazione di quegli ebrei, sopravvissuti ai nazisti, che adesso temevano per la loro vita. Nel gennaio del 1945, un rapporto da Lublino sulla condizione della comunità ebraica polacca argomentava con amaro sarcasmo che “ogni qualvolta il primo Ministro fa una dichiarazione ufficiale riguardante i pari diritti…12 ebrei sono uccisi a Janow-Lubelski (…) non passa una settimana senza ritrovare una vittima ebrea assassinata da un’arma da fuoco o pugnalata da parte di un ignoto assalitore”.

 

 

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