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I profughi ebrei dopo la Shoah

L’Europa dell’immediato secondo dopoguerra può essere paragonata ad una lunghissima e tortuosa strada percorsa da un flusso costante e massiccio di profughi; milioni di uomini, donne e bambini si muovono da un territorio ad un altro cercando di ricostruire le loro vite dopo le catastrofi umane e materiali del conflitto. Tra queste persone vi è anche una categoria particolare, quella dei profughi ebrei.

 

Tra la Shoah e la nascita di Israele, migliaia di profughi ebrei sopravvissuti al genocidio rimasero come sospesi, sia fisicamente sia psicologicamente, tra la memoria dell’Olocausto e la speranza di una rinascita in un’altra terra, l’allora Palestina mandataria o gli Stati Uniti.

 

Lo studio della condizione dei profughi ebrei nei campi per i rifugiati della Germania non colma soltanto il vuoto che solitamente sussiste in una narrazione superficiale della storia contemporanea del secondo dopoguerra, che istituisce una continuità temporale strettissima tra l’Olocausto e la nascita d’Israele omettendo questa tematica, ma ricostruisce anche le relazioni che intercorsero tra i sopravvissuti, gli occupanti americani e i cittadini tedeschi nell’immediatezza della fine del conflitto. L’analisi si è focalizzata sulla Baviera, la zona occupata dagli americani, perché fu in questa area che i profughi ebrei si stabilirono prevalentemente.

 

Alla fine della guerra la maggioranza dei soldati, nonché la maggior parte delle persone nell’Europa Occidentale, riteneva che la liberazione dei campi di concentramento e di lavoro avrebbe rivelato che i nazisti erano riusciti nei loro sforzi per distruggere l’ebraismo europeo. Tuttavia, trovarono circa 200.000 sopravvissuti; tra questi, 90.000 erano ebrei vissuti in clandestinità in Germania, sposati con coniugi tedeschi o sopravvissuti dei campi di concentramento e delle marce della morte dall’Est.

 

Questo numero decrebbe rapidamente nelle prime settimane dopo la liberazione quando decine di migliaia di ebrei morirono a causa della lunga sotto nutrizione e di malattie come la tubercolosi, il colera e il tifo. Nonostante gli sforzi dei medici alleati, si ritiene che tra i 20.000 e i 30.000 sopravvissuti in Germania siano morti entro poche settimane dalla fine della guerra. Secondo le statistiche, 4 ebrei liberati su 10 sono morti nelle immediate settimane dopo la fine del conflitto.

 

Si stima che dopo l’8 maggio del 1945 vi fossero in Germania tra i 60.000 e i 70.000 profughi ebrei, Jewish Displaced Persons (DPs) come indicano le fonti ufficiali americane. Essi dovettero chiedersi se restare in Germania in attesa di un reinsediamento o tornare alle loro case in cerca di notizie dei loro cari e dei loro amici dai quali erano stati separati dalla Shoah; coloro che fecero il viaggio di ritorno verso i loro Paesi d’origine, soprattutto gli ebrei sopravvissuti dell’Europa Orientale, riscontrarono il riemergere di un forte antisemitismo, come attestano i pogrom di Cracovia e Kielce in Polonia, e la perdita di tutta la propria famiglia; ciò li convinse a intraprendere un secondo viaggio di ritorno verso la Germania. Per questi profughi ebrei, ogni posto era migliore del “cimitero” che avevano visto nell’Europa Orientale.

Il saggio è stato pubblicato anche su L’Informale.

 

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