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Il negazionismo della Shoah

“In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l’abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma anche se qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le prove insieme a voi. E anche quando qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti; dirà che sono esagerazioni della propaganda Alleata e crederanno a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla”.

 

Citando le ultime pagine di Gli assassini sono tra noi di Simon Wiesenthal nel suo I sommersi e i salvati, Primo Levi metteva in evidenza che il negazionismo della Shoah era realmente iniziato con i suoi stessi autori. Subito dopo la guerra, vi erano stati notevoli sforzi per ridurre al minimo le atrocità naziste e giustificare la politica nazista contro gli ebrei, sostenendo la loro esagerazione, la non conoscenza dello sterminio da parte dello stesso Hitler, e le non meno crudeli azioni militari Alleate.

 

In questa fase era assente il negazionismo della Shoah, o almeno, non vi era niente di simile a un movimento di negazione. Ma ciò è cambiato, soprattutto dopo il processo contro Adolf Eichmann nel 1961, quando è sorto qualcosa di più sinistro di un movimento che nega la storia interamente, dato che camuffa l’immoralità, il razzismo, e obiettivi politici con la storia legittima.

 

Il negazionismo della Shoah è stato propagandato con tempistiche diverse, con alterni risultati, da diversi sostenitori e attraverso mezzi diversi. I negazionisti hanno risposto alle varie richieste dei circoli della negazione, in Paesi e in sedi diversificate: i movimenti di destra, le onde improvvise o rigurgiti di antisemitismo, le tendenze storiografiche, e nuovi lavori (degli stessi negazionisti e degli storici di professione) hanno contribuito alla riscrittura e alla diffusione della letteratura della negazione dell’Olocausto.

 

A differenza degli storici di professione, i negazionisti hanno dovuto modellare le loro opere per far sì che fossero considerate scientificamente accettabili. In particolare, hanno cercato di guadagnare legittimità in quanto partecipanti di una ricerca storica. Come Charles Maier e Deborah Lipstadt hanno suggerito, “essi hanno lavorato duramente per insinuarsi nell’arena della discussione e del dibattito storico”.

 

In un certo senso, quindi, si potrebbe affermare che i negazionisti hanno usato il revisionismo come un mezzo per dare un fondamento più solido alla loro ricerca.

 

L’articolo Il negazionismo della Shoah sarà pubblicato anche su Free Ebrei, Rivista online di identità ebraica contemporanea.

 

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