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l’Iran e la crisi siriana

L’attenzione che i mass media dedicano alla guerra civile siriana è molto mutevole, infatti, nei mesi di aprile e maggio vi sono stati moltissimi servizi televisivi e articoli di giornali concernenti l'Iran e la crisi siriana, dovuti al crescente attivismo militare iraniano.

Tuttavia, è importante rilevare che nonostante l'Iran e la crisi siriana sia un aspetto importantissimo della guerra civile in Siria, non è affrontato in modo approfondito dai media nazionali.

Dopo sette anni di guerra civile in Siria, l’Iran continua a giocare un ruolo chiave nel mantenimento di Bashar Al Assad al potere. Insieme con la Russia, l’Iran si è posto come supporter del regime siriano, unendo la coalizione anti-ribelli. La posta in gioco in Siria per l’Iran è elevata e il suo coinvolgimento ha fornito al regime delle grandi risorse per combattere l’insurrezione.

La strategia dell’Iran è passata attraverso diversi gradi di intensità, spostando la sua narrazione per trovare un ampio consenso nel suo ambiente politico interno. In effetti, il processo decisionale per quanto riguarda la sicurezza in Iran è un meccanismo complesso; il sistema della Repubblica Islamica, multi sfaccettato e gerarchico, potrebbe essere meglio descritto come un processo consensuale tra leader politici e militari. La strategia politica dell’Iran in Siria è, quindi, influenzata da diversi attori. La politica interna svolge un ruolo importante nella definizione della politica di sicurezza nazionale e soprattutto nell’attuale strategia in Siria. Gli interessi dell’Iran nel conflitto sono stati affrontati da molti esperti di politica internazionale e storici, tuttavia, a causa della mancanza di una posizione trasparente del Governo iraniano, la valutazione della sua strategia risulta difficile ed ha spesso condotto ad un approccio frammentario. Pertanto, questo articolo si propone di tracciare un quadro storico e politico più omogeneo e chiaro dell’impegno della Repubblica Islamica dell’Iran in Siria.

Nel 2011 l’Iran ha accolto con entusiasmo l’ondata di proteste che avrebbe poi preso il nome di primavera araba. La primavera araba rappresentava per l’Iran la possibilità di migliorare il suo potere strategico in tutta la regione. In ogni modo, la narrazione adottata per inquadrare le rivolte arabe mancava di una comprensione coerente. Quando l’insurrezione è esplosa in Egitto e in Tunisia, il leader supremo dell’Iran, Al Khamenei, è stato molto veloce nel qualificare le rivolte come un “risveglio islamico”, creando un affinità tra la rivoluzione islamica del 1979 e le lotte dei Paesi arabi contemporanei. Inoltre, in una rara apparizione pubblica a Teheran durante la preghiera del venerdì, Khamenei dichiarò che si trattava di una guerra tra due forze di volontà: la forza di volontà del popolo e la forza di volontà dei suoi nemici. Israele e gli Stati Uniti erano i più interessati a ciò che sarebbe accaduto ai loro interessi in un regime post-Mubarak. Secondo Khamenei, la rinascita della rivoluzione islamica come paradigma interessante per la definizione delle rivolte arabe sarebbe stata rinforzata dalla “empatia divina” che avrebbe messo fine al dominio dei suoi principali nemici: i sionisti e gli americani.

 

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